Massimiliano Serra : ritocchi

ASTE BOLAFFI

 

Ritocchi fotografici per catalogo Aste Bolaffi.

 

PORSCHE 911 – 2.0 S – 1969

Non è un mistero che la Porsche 911 sia nata con qualche problema di tenuta di strada dovuto alla distribuzione dei pesi non ottimale, a causa della maggiore massa del suo sei cilindri rispetto al quattro con il quale i progettisti Porsche si erano misurati per anni. È una conseguenza di ciò se il model year 1969 della Porsche 911 vede la prima modifica importante al progetto ‘901’ così come uscito dalla matita di ‘Butzi’ Porsche: alla ricerca di maggiore stabilità sul veloce, il passo viene allungato di quasi 6 centimetri, ottenendo così anche un poco più di spazio per gli occasionali passeggeri posteriori. La fisionomia della 911, in quella fase era ormai entrata nei gusti dei Porschisti (anche dei più irriducibili amanti della 356) e non viene stravolta. L’allungamento del passo è visibile solo osservando con attenzione il coperchio delle barre di torsione posteriori, non più rasente al passaggio ruota ma spostato proprio di quei famosi sei centimetri. Per il model year 1969, la gamma della 911 era suddivisa in tre versioni: T, L ed S, quest’ultima, con motore da 160 CV, rabbiosa come mai prima una 911. È proprio la S che diventa la beniamina degli appassionati più esigenti e facoltosi, ed una brutta gatta da pelare per i proprietari Ferrari e Maserati. Questo anche perché la storica serie ‘B’, questa la sigla che contraddistingue le vetture per il model year 1969, oltre al passo allungato di cui si è detto, adotta l’alimentazione ad iniezione meccanica, che regala ulteriori dieci CV al già grintosissimo sei cilindri della 911 S, facendone il due litri Porsche aspirato più potente di sempre. Con un generale ammodernamento dell’abitacolo attraverso un volante più piccolo con cuscino centrale di sicurezza, la strumentazione rivista, il lunotto termico e l’adozione dei fari alogeni, quest’auto entra definitivamente nella leggenda rappresentando contemporaneamente la perfetta sintesi di quella che, per anni, è stata la vincente filosofia Porsche per le sue automobili: semplicità, accuratezza, leggerezza, potenza, agilità. La vettura offerta, matching numbers, consegnata nel Maggio del 1969, arriva in Italia nel 1980 ed entra nell’attuale collezione nel 2014, quando viene emesso il certificato Porsche d’origine. Il restauro, filologicamente corretto in ogni dettaglio, effettuato presso i migliori specialisti Porsche, ha riportato la vettura a condizioni pari al nuovo. Sono centinaia le 911 disponibili sul mercato, molte meno quelle appartenenti ad una serie così importante ed ancora meno, se esistono, così perfette. (testo tratto da Aste Bolaffi ©)

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TRIUMPH TR3A “WIDE MOUTH” 1959

“È la più “roadster” delle piccole spider inglesi proprio per le sue portiere scavate, la mancanza di vetri laterali e la capote con telaio di sostegno non fissato alla carrozzeria. È essenziale, “British” nell’esprimere l’atteggiamento della toy-car usata senza capote anche sotto la pioggerellina della campagna. Viene prodotta dal 1953 al 1962 inizialmente con motore di 2 litri da 95 CV. Dopo il 1957 il pannello frontale viene modificato e la presa d’aria diventa più grande, cromata e prende la definizione di TR3A ed il soprannome “bocca larga”. Oltre l’80% dei 58.236 esemplari di TR3A venne esportata negli USA e ha guida a sinistra. L’esemplare in asta può contare su un motore da 100 CV e i freni a disco anteriori, l’ideale per mettere le ruote in pista o tra i pressostati. Vettura icona del suo tempo, la ritroviamo anche sul grande schermo nella Dolce Vita con Mastroianni e la Ekberg. La vettura proposta, in bello stato di conservazione e completa del kit invernale, ha avuto un solo proprietario negli ultimi 13 anni ed è pronta per essere guidata sulle stradine più spettacolari”. (testo tratto da Aste Bolaffi ©)

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PORSCHE 356 A “SPEEDSTER” – 1957

La versione “Speedster della Porsche 356” rappresenta una variante della Cabriolet pensata per un pubblico più giovane ed informale, fu richiesta a gran voce dall’importatore negli USA, il leggendario Max Hoffman, fin da quando la 356 fu proposta su quel mercato. La Porsche si decise finalmente ad accontentarlo solo con il 1955 riprendendo gli spartani concetti espressi dalla rarissima ‘America roadster’ del 1952 ed affidandone la costruzione alla Carrozzeria Reutter di Stoccarda. I motori erano gli stessi 1,3 ed 1,5 litri delle altre versioni; poi, dall’anno successivo, quando la 356 guadagna il suffisso ‘A’, il motore più ‘grosso’ viene sostituito da uno con cilindrata aumentata a 1,6 litri con due livelli di potenza: 60 CV per il 1600 e 75 CV per il 1600 S. Con questi motori, la Speedster accompagna le altre versioni della 356 fino al model year 1959 quando viene sostituita dalla Convertible D, che offre qualcosa in più in termini di più di comfort ma perde la bellezza e pulizia delle linee originarie. La Speedster del 1957, come l’esemplare offerto in vendita, si caratterizza per la fiancata bassa (meno 35 mm rispetto alla Cabriolet), un parabrezza basso ed avvolgente, una capote ridotta ed a scomparsa totale, i finestrini laterali asportabili, sedili alleggeriti ed anatomici e una plancia semplificata con strumentazione a tre elementi tutti davanti al volante. In mezzo a tutta questa semplificazione spicca, per contrasto, l’aggiunta di una piacevolissima  modanatura cromata sulle fiancate all’altezza della maniglia di apertura delle portiere. In totale ne sono stati prodotti  solamente 4.800 esemplari circa, il che la rende una rarità e ne fa oggi la versione più ambita, a parità di motorizzazione, tra le Porsche 356. L’esemplare offerto, 356 A T1, è stato esportato nuovo negli Stat Uniti, dove è rimasto fino al settembre del 2016, quando è stato importato in Italia. Poco si sa della sua storia iniziale, tranne che ha trascorso gli ultimi anni americani prima nel Texas e poi in California, dove è stata restaurata. L’esemplare ha un motore corretto per tipo e versione, ma non è quello matching number, ed ha recentemente fatto, in Italia, un tagliando completo. Il suo monoblocco originale, smontato, è comunque disponibile e verrà venduto assieme all’autovettura. Si crede che il colore della vettura possa essere quello giusto per questo telaio. La strumentazione è in miglia e sono montati 4 freni a disco. Una vettura perfetta per i raduni e le strade tortuose. (testo tratto da Aste Bolaffi ©)

 

LANCIA AUGUSTA CABRIOLET “PININ FARINA” – 1935

L’Augusta è stato il primo modello di piccole dimensioni prodotto dalla Lancia. Per la sua progettazione, però, le direttive date ai progettisti furono molto chiare: la vettura non avrebbe dovuto far rimpiangere le caratteristiche di silenziosità e comodità delle ultime serie della Lambda. La Lancia, infatti, si aspettava che la clientela sarebbe stata più o meno la stessa di sempre, adesso alla ricerca di un più basso profilo dopo la crisi che aveva investito le economie occidentali alla fine degli anni ’20 e con la necessità di accontentare i desideri del Regime che, in Italia, chiedeva vetture più parche nei consumi in modo da non incidere troppo sulla bilancia dei pagamenti con l’estero. L’Augusta ha fatto il suo debutto al Salone di Parigi dell’Ottobre 1932 e chi poté provarla, confermò immediatamente che il lavoro dei progettisti era stato ineccepibile. Per farcela, gli uomini Lancia erano ricorsi nuovamente alla scocca portante, come nella Lambda, ma concepita e costruita con criteri molto più moderni tanto da costituire una primizia assoluta in campo automobilistico. Confortata dallo strepitoso successo della loro ‘vettura leggera’ – così veniva pubblicizzata – la Lancia appronta, nell’Aprile 1934, il pianale portante scatolato Tipo 234 destinato ai carrozzieri: molto leggero ed abbassato grazie al tunnel che alloggia l’albero di trasmissione, lascia enorme libertà alla creatività degli stilisti così come il serbatoio del carburante, che passa in coda con l’alimentazione assicurata da una pompa elettrica. Su questa struttura vengono allestite carrozzerie di ogni tipo, da quelle più disinvolte e ‘ludiche’ fino a berline piacevolmente differenti dal modello di serie, peraltro già molto carino di suo. Su questo telaio si cimentarono i carrozzieri di tutto il mondo, ogni tanto anche sulla base della ‘Belna’, la versione della Lancia Augusta costruita in Francia. Il ruolo dell’allora ancora giovane Pinin farina, tuttavia, anche in questo caso, fu di primo piano con realizzazioni di assoluto pregio formale. Particolarmente interessante l’alternarsi di vetture con il muso d’origine della berlina e altre con parti frontali originali, frutto dell’inesauribile inventiva degli stilisti assoldati da Battista “Pinin”. la vettura proposta in asta è stata restaurata ed adotta il sistema di movimentazione della capote automatico, azionato dalla depressione creata dal motore. Un oggetto che, se preparato accuratamente, potrebbe valorizzare qualsiasi collezione. (testo tratto da Aste Bolaffi ©)

 

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